Il flop di Uber riaccende il rischio bolla del settore tech. E Wall Street lancia un listino ad hoc per le società indebitate della Silicon Valley

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Oscurato com’era dai tracolli generalizzati seguiti al botta e risposta a colpi di dazi e tariffe fra Pechino e Washington, il caso Uber ha mediaticamente limitato i danni. Ma una cosa è la percezione pubblica ed esterna, un’altra la convinzione silenziosa e strisciante che alberga nelle sale trading. Le sole che, a conti fatti, pesano per chi è quotato e deve vendere il proprio titolo come fosse un prodotto qualsiasi, un docciaschiuma o un paio di sneakers.

E il tonfo post-Ipo dell’azienda che fornisce servizi di trasporto, giunta a Wall Street con l’imprimatur del collocamento del secolo e rapidamente ridimensionata al ruolo di potenziale fallen angel, è confermato da un particolare apparentemente tecnico e per addetti ai lavori. Ma che, in realtà, disvela un quadro più d’insieme sull’universo (e sulla bolla) tech 2.0.

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Non è affatto inusuale, infatti, che alla vigilia di operazioni come un’Ipo importante, i sottoscrittori – leggi banche d’affari – ricorrano a mezzucci per fare in modo che tutto avvenga in modalità sanremese. Ovvero, comunque vada (a livello di risposta reale del mercato), sarà un successo. Ovviamente, al netto dei proclami ufficiali, è accaduto anche per Uber.

Leggi anche: Uber, l’Ipo flop spaventa Wall Street: “Quotare grandi aziende in perdita farà scoppiare la bolla”

Anzi, in questo caso gli underwriters sono andati oltre, operando una tecnica di supporto indiretta denominata naked short che va ben al di là di quanto contenuto in maniera ordinaria nella cassetta degli attrezzi di chi “maneggia”. Questa strategia consente infatti ai sottoscrittori di vendere titoli in eccesso, la cosiddetta greenshoe, per poi ricomprarli nell’open market al fine di garantire un fuoco di sbarramento e di copertura in caso monti una pressione di vendita inattesa. Insomma, un paracadute dai cali.

Di fatto, un qualcosa di legale ma che, proprio per il suo carattere borderline, non aveva più fatto la sua comparsa a Wall Street dalla grande crisi finanziaria.

Prima dell’Ipo, invece, i sottoscrittori di Uber, Morgan Stanley in testa, hanno deciso di varcare il Rubicone del comune senso del pudore finanziario e rimettere il campo quella che Bloomberg ha definito “opzione nucleare” per evitare problemi. I quali, invece, cronaca recente e numeri alla mano, si sono palesati.

Di fatto, cosa è accaduto? In ogni deal di un certo livello, c’è una sovra-assegnazione che garantisce ai sottoscrittori di vendere il 115% dell’offerta disponibile agli investitori, di fatto aprendo un’implicita posizione short. Il 15% in eccesso, infatti, può essere comprato sull’open market dai sottoscrittori, i quali in questo modo coprono la posizione “corta”, al fine di supportare il titolo, se questo dovesse prendere una direzione al ribasso. Ecco la cosiddetta greenshoe. Ma soltanto in rari casi i sottoscrittori arrivano all’utilizzo del naked short su quel margine extra, ovvero vendere scientemente l’eccesso per poi ricomprarlo come strategia di sostegno preordinato al titolo.

Strategia legale, giova ripeterlo. Ma estrema, in questo caso. Talmente estrema da tradire a prescindere tensione per l’esito dell’affare e, nel caso le cose non vadano come previsto, aprire enormi varchi nel muro portante della fiducia di chi investe. Ed è quello che è accaduto con Uber, valutazioni alla mano: un bel -18% nei primi due giorni di trading, durante i quali il supporto delle banche si è rivelato inutile rispetto ai forti volumi di scambio e alle pressioni al ribasso.

Il Re degli unicorni e della sovra-valutazioni del comparto tech è nudo? Pare di sì. E a confermarlo indirettamente è una dinamica molto interessante, rilevata nell’ultimo sondaggio fra gestori di fondi compiuto da Bank of America.

Il senso è sintetizzato in questi due grafici.

Bank of America

Il primo ci mostra come la percentuale di rispondenti che si è dichiarato “coperto” da rischi di un crollo azionario entro i prossimi tre mesi sia la più alta di sempre, praticamente una sentenza inappellabile. E, stante le valutazioni e le performance degli ultimi mesi, il comparto tecnologico appare in prima linea come detonatore di un possibile market crash in stile pre-natalizio, quando proprio il Nasdaq guidò i bagni di sangue che riportarono la Fed a più miti consigli sul rialzo dei tassi.

Bank of America

Il secondo, però, ci mostra come sempre fra gli stessi 200 manager di fondi interpellati, la maggioranza ritiene che oggi a Wall Street il trade più diffuso sia proprio quello di andare lunghi, quindi rialzisti, sul settore tech statunitense.

E non basta, visto che solo nel sondaggio del mese di aprile quell’opzione di investimento non compariva affatto nella classifica. Una new entry finita immediatamente al primo posto e con netto distacco dalla seconda classificata. Autolesionismo di massa? No. Per il semplice fatto che la copertura dal rischio record è appunto concentrata rispetto a un arco temporale preciso e di breve termine, tre mesi.

Quindi, entro l’estate. E, soprattutto, prima del meeting di Jackson Hole, quando il governatore della Fed solitamente annuncia urbi et orbi quale sarà la direzione della guidance monetaria statunitense almeno fino a fine anno. Andare lunghi sul comparto tech, invece, può presupporre anche – e soprattutto – fiducia di medio termine nel comparto. Magari, un bel rally che nasca da una strategia di buy the dip strutturale e di massa, comprare sui minimi generati proprio da quel crollo da cui ci si sta già difendendo. E, magari, garantito da un supporto esogeno che renda possibile quella ripartenza di un settore tanto strategico, quanto a rischio di replica della bolla del 2000.

Su cosa scommette, quindi, il mercato? A mezza bocca, sempre più investitori e strategist parlano chiaramente di un “effetto Detroit” sul settore tecnologico. Ovvero, il bailout del settore automobilistico posto in essere dal presidente Barack Obama potrebbe essere ripetuto, con dinamiche magari differenti ma medesimo risultato finale, da Donald Trump con quello tech.

Il quale, non a caso, proprio in questi giorni, ai tremori borsistici e legati alle trimestrali (soprattutto, alle previsioni Eps di utile per azione) sta unendo sempre più allarmi mediatici riguardo la sicurezza del sistema e la tutela della privacy, dal virus di WhatsApp alla decisione dei grandi nomi del Big Tech di unirsi nella creazione di un’alleanza contro il terrorismo, dalla lotta dei social network alle fake news fino all’inclusione nella lista nera Usa delle entità commerciali di Huawei e delle sue 70 affiliate (mossa che renderà più complesso l’acquisto di parti e componenti da società americane). E con il voto europeo alle porte e quello presidenziale Usa che ormai sta scaldando i motori per le candidature e le primarie, l’arma della minaccia hacker appare politicamente di grande impatto emotivo.

Insomma, il comparto tech è talmente strategico che, se si intravedesse all’orizzonte una reale (o percepita) minaccia strutturale, tutto apparirebbe lecito per tutelarlo.

E poco importa se la reale ragione alberghi in questi due grafici, ovvero il fatto che al netto di una vendita da parte di investitori esteri di titoli azionari Usa per 256 miliardi di controvalore negli ultimi 12 mesi, il mercato Usa sia rimasto in piedi e abbia invece frantumato un record dopo l’altro, grazie principalmente ai buybacks azionari delle grandi corporations.

Zerohedge

Le quali, ricomprando titoli con il badile, hanno ringraziato a modo loro la Casa Bianca per lo shock fiscale della scorsa primavera, capace di garantire il rimpatrio a prezzo di saldo di centinaia di miliardi detenuti off-shore.

Bloomberg

E il secondo grafico parla chiaro: se i buybacks sono l’architrave di Wall Street, il comparto tech è l’architrave dell’architrave. Insomma, al di là del danno reputazionale e del disvelamento del grande inganno degli unicorni e delle loro valutazioni quasi lisergiche, in ballo c’è la tenuta stessa del mercato azionario Usa.

E ad avvalorare implicitamente questa tesi, ci pensa l’ultima decisione presa dai regolatori finanziari Usa, non più tardi del 10 maggio scorso. Ovvero, il via libera alla creazione di un listino ad hoc della Silicon Valley dove le aziende del ramo tech in difficoltà finanziaria potranno permettersi il “lusso” e i benefici della quotazione pubblica, non patendo però le pressioni a breve termine della più competitiva e cannibalizzante New York Stock Exchange. La Long-Term Stock Exchange (Ltse), infatti, nasce formalmente e statutariamente con l’intento di offrire “un approccio unico di governance e diritto di voto”, oltre che permettere alle startups di focalizzarsi su progetti appunto di lungo termine ma qualcosa tradisce fin da principio un possibile doppio fine. L’intero progetto è di fatto l’emanazione di un soggetto privato, l’imprenditore del ramo tech Eric Ries, il quale dopo aver raccolto 19 milioni di dollari iniziali attraverso il venture capital, sottopose l’idea lo scorso novembre alla Sec, l’ente di vigilanza dei mercati Usa. In tempi rapidissimi, l’approvazione. Il timore? Che la nuova Borsa con sede nella Silicon Valley, più che un’incubatrice per progetti che altrimenti sarebbero strozzati nella culla dai tempi impietosi e dalla logica del profitto di Wall Street, sia null’altro che una sorta di bad bank per soggetti del comparto troppo indebitati e deboli per resistere alla competizione. Di fatto, soggetti che potrebbero pesare oltremodo – o, addirittura, operare da detonatori – sugli indici del Nyse in caso di crisi generale del comparto. Quindi, meglio metterli in una dorata e molto mediatica quarantena. Da subito.

Oltretutto, con le startup di mezza Silicon Valley che stanno in piedi solo grazie ai petrodollari del venture capital saudita, gente che non ama perdere il proprio denaro e che, soprattutto, sta ragionando su tempi e modi della vera Ipo del secolo, quella di Aramco. Tutti argomenti che, se vedono Donald Trump già con il libretto degli assegni e la penna in mano, potrebbero risultare molto convincenti anche per la stessa Fed.

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