La plastica fa male ai pesci. Ma c’è di peggio: danneggia il proclorococco, che produce il 10% dell’ossigeno sulla Terra

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Siamo affascinati dai grandi animali, dalle tigri agli elefanti, dalle iguana alle balene. Sono loro in genere a muovere gli animi per cercare di salvare l’ambiente. L’Ipbes,(Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services) delle Nazioni Unite ha agli inizi di maggio lanciato l’allarme: un milione di specie sono minacciate di estinzione a causa del cambiamento climatico, ma tra queste sono a rischio il 40 per cento degli anfibi e il 33 per cento dei coralli. Il nostro Pianeta è un sistema complesso, e in realtà il suo equilibrio dipende da organismi quasi invisibili, il cui equilibrio è fondamentale per la vita.

Tra questi c’è il proclorococco (Prochlorococcus marinus). Grande appena 0,5-0,7 micrometri, è un cianobatterio, ovvero uno di quelli che appartengono al fitoplancton fotosintetico. E’ probabilmente l’organismo più abbondante sulla Terra e contribuisce alla produzione del 13-48 per cento dell’ossigeno atmosferico.

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Basandosi sui dati sui microbi oceanici e marini raccolti dai ricercatori del Massachusetts Institute of Technology, questo modello descrive i tipi più dominanti di fitoplancton negli oceani del mondo, con il Prochlorococcus che governa la maggior parte del globo. Agf

Uno studio della Macquarie University, Australia ha però scoperto che anche questo piccolo abitante è minacciato. La plastica invade gli oceani, circa 8 milioni di tonnellate vengono gettate ogni anno e si stima che in totale ce ne siano ormai 165 milioni di tonnellate, al punto che secondo una relazione della Ellen MacArthur Foundation entro il 2050, sarà più abbondante dei pesci. Finora ci siamo sempre preoccupati per l’ingestione o l’intrappolamento degli animali più grandi, ma la minaccia più pericolosa è invece più sottile.

Oltre a ingombrare infatti, rilascia componenti chimiche che non possono essere neutralizzate. Le borse della spesa e il pvc  rilasciano tracce di catalizzatori, solventi polimerici,  plastificanti, antiossidanti, antimocrobici, zinco. La loro concentrazione può superare qualche microgrammo per litro. Queste sostanze, che non costituiscono la plastica in se, ma vengono aggiunte per migliorare le prestazioni e ridurre l’invecchiamento, non sono legate chimicamente, e vengono rilasciate. I ricercatori australiani hanno effettuato dei test con i rifiuti più comuni e hanno dimostrato che interferiscono con la crescita del proclorococco, inibendola, rallentano le sue funzioni, alterano l’espressione del patrimonio genetico, la capacità fotosintetica e la produzione di ossigeno.

Ma quando respiriamo, una su dieci inspirazioni grazie alle quali inaliamo la molecola più importante per la vita, la dobbiamo proprio al piccolo proclorococco.
Scoperto nel 1986 nel Mar dei Sargassi e nel Mediterraneo, è un cianobatterio che ha delle caratteristiche molto particolari: ha bisogno di pochissimo cibo. Si è evoluto da forme ancestrali riducendo il suo volume, il suo Dna e i ficobilisomi, una struttura proteica ancorata all’organo che effettua la fotosintesi che consente l’assorbimento e il trasferimento dell’energia luminosa alla clorofilla. In questo modo riesce a sfruttare le lunghezze d’onda disponibili della luce che sono inaccessibili alla clorofilla, e utilizzano l’energia per la fotosintesi. Infatti è in grado di utilizzare anche la luce blu delle profondità e lo si può trovare anche a profondità di 200 metri.

La biodiversità di questo batterio è molto ampia, e ciascun tipo ha genetica e fisiologia diverse, ciascuno ha diversi adattamenti all’ambiente e all’intensità della luce, alla temperatura e ai livelli di nutrienti disponibili. Questo contribuisce alla loro ubiquità e alla loro stabilità e li rende una risorsa importante per altri organismi. Sono anche un elemento chiave per l’intero ciclo del carbonio, proprio quello che, se liberato, forma i gas climalteranti. Ogni millilitro di acqua marina ne contiene più di 100 mila. Si moltiplica una volta al giorno e di solito si trova a temperature tra i 10 e i 33 gradi. In totale si calcola che ne esistano tre miliardi di ottilioni, vale a dire 10 con 48 zeri a seguire. Dunque se qualcosa provoca la loro alterazione il risultato potrebbe essere drammatico.
Già finora si stimava che l’inquinamento da plastica causasse danni agli ecosistemi marini valutabili economicamente in oltre 10 miliardi di euro. Ma se la popolazione mondiale dei proclorococchi dovesse ridursi i danni sarebbero incalcolabili, non solo per il nostro respiro, ma anche perché le reti ecosistemiche che da loro dipendono sono moltissime.

Le stime attuali prevedono che i rifiuti di plastica abbandonati nell’ambiente aumenteranno 10 volte nei prossimi 10 anni, e quindi il loro impatto sul mare sarà ancora più grande.

Agli inizi di maggio le Nazioni Unite hanno approvato un protocollo firmato da 187 Paesi che prevede il tracciamento di vari tipi di plastica per rendere il settore più trasparente, meglio regolato e per cercare di rendere sempre più difficile l’abbandono dei rifiuti. L’iniziativa è stata proposta dalla Norvegia. Gli Stati Uniti non hanno firmato. Ma ci sono speranze.

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